Si potrebbe iniziare questo viaggio nel pensiero alla ricerca del senso dell'etica, con il principio ispiratore della fenomenologia sintetizzato nella frase: "Nulla accade invano", per cui è proprio dell'uomo di pensiero il guardare il mondo con gli occhi spalancati (come dice Edith Stein). é dunque importante che gli occhi siano vigili ma assolutamente scevri del filtro e dell'interpretazione che la mente ingannatrice impone come filtro tra la realtà fenomenologica e la nostra comprensione della stessa. E' necessario crescere attraverso ferree regole perché il nostro sguardo sia puro tanto da cogliere l'essenza di ciò che vediamo senza perdere l'intimo significato di ogni singolo elemento nel rispetto del principio di evidenza e del principio di trascendenza.
Ogni tipo di cosa ha un suo modo specifico di lasciarsi conoscere, ovvero di apparire per quello che è nella sua essenza (Principio di evidenza); così come ogni tipo di cosa ha un suo modo specifico di trascendere la sua apparenza, ovvero di essere realmente oltre ciò che appare (Principio di trascendenza). Questa è l'essenza dei rapporti tra fenomeni e realtà, apparenza ed essere.
La realtà impone tuttavia un ulteriore sforzo nella comprensione giacché essa è nell'attimo in cui si manifesta ma diviene "esperienza" nell'attimo immediatamente successivo. Ecco l'enorme fatica di voler regolare lo spazio ed il tempo per imporre dei canoni all'interno dei quali la nostra realtà fenomenologica possa sempre restare fedele a se stessa. In ogni caso "evidenza" e "trascendenza" non possono essere principi disgiunti ma trovano coesistenza nel pensiero di quegli uomini che vivono di puro pensiero nell'osservazione che è priva del giudizio.
La grande tentazione, comune a gran parte del pensiero occidentale: è quella di proclamare che la volontà umana non è solo potere di decidersi per una qualunque condotta, sia essa giusta, ingiusta o neutra, ma addirittura è potere di statuire che cosa sia bene e cosa sia male. Chi accoglie questa tesi si arroga il diritto di sottrarsi ad ogni confronto con l’evidenza (nel senso latino della parola: ciò che si vede).
E ciò che si vede oggi, fonte di grande confusione, è il preciso atteggiamento legato alla fenomenologia dell’assenza di pensiero che sembrerebbe alla base dell’incapacità di vedere la differenza tra il giusto e l’ingiusto: tra il bene ed il male. Questa è una “deficienza del sentire”. Ma il sentire, come il percepire può essere più o meno adeguato, è precisamente uno di quei presupposti del volere, senza i quali questo, si trasforma da potere di decidere nella libertà (ovvero di scegliere) a potere di statuire. E questo è il salto illogico capace di disintegrare la stessa possibilità di un’etica.
Mentre per quanto riguarda la realtà dei fatti, essi stanno come stanno indipendentemente da ciò che noi ne pensiamo, per quanto riguarda gli enunciati, la realtà può renderli veri o falsi solo a condizione che noi li costruiamo in modo che abbiano ben definite condizioni, ovvero che abbiano la possibilità dei essere veri o falsi.
Ogni tipo di cosa ha un suo modo specifico di lasciarsi conoscere, ovvero di apparire per quello che è nella sua essenza (Principio di evidenza); così come ogni tipo di cosa ha un suo modo specifico di trascendere la sua apparenza, ovvero di essere realmente oltre ciò che appare (Principio di trascendenza). Questa è l'essenza dei rapporti tra fenomeni e realtà, apparenza ed essere.
La realtà impone tuttavia un ulteriore sforzo nella comprensione giacché essa è nell'attimo in cui si manifesta ma diviene "esperienza" nell'attimo immediatamente successivo. Ecco l'enorme fatica di voler regolare lo spazio ed il tempo per imporre dei canoni all'interno dei quali la nostra realtà fenomenologica possa sempre restare fedele a se stessa. In ogni caso "evidenza" e "trascendenza" non possono essere principi disgiunti ma trovano coesistenza nel pensiero di quegli uomini che vivono di puro pensiero nell'osservazione che è priva del giudizio.
La grande tentazione, comune a gran parte del pensiero occidentale: è quella di proclamare che la volontà umana non è solo potere di decidersi per una qualunque condotta, sia essa giusta, ingiusta o neutra, ma addirittura è potere di statuire che cosa sia bene e cosa sia male. Chi accoglie questa tesi si arroga il diritto di sottrarsi ad ogni confronto con l’evidenza (nel senso latino della parola: ciò che si vede).
E ciò che si vede oggi, fonte di grande confusione, è il preciso atteggiamento legato alla fenomenologia dell’assenza di pensiero che sembrerebbe alla base dell’incapacità di vedere la differenza tra il giusto e l’ingiusto: tra il bene ed il male. Questa è una “deficienza del sentire”. Ma il sentire, come il percepire può essere più o meno adeguato, è precisamente uno di quei presupposti del volere, senza i quali questo, si trasforma da potere di decidere nella libertà (ovvero di scegliere) a potere di statuire. E questo è il salto illogico capace di disintegrare la stessa possibilità di un’etica.
Mentre per quanto riguarda la realtà dei fatti, essi stanno come stanno indipendentemente da ciò che noi ne pensiamo, per quanto riguarda gli enunciati, la realtà può renderli veri o falsi solo a condizione che noi li costruiamo in modo che abbiano ben definite condizioni, ovvero che abbiano la possibilità dei essere veri o falsi.
Un enunciato tuttavia non ha la possibilità di essere vero se contiene la possibilità di essere interpretato in modo che dia luogo a proposizioni diverse ovvero se contiene espressioni ambigue. Questa è una irresponsabilità nell’uso della parola. Questo principio di irresponsabilità del linguaggio non esprime un razionalismo ossessivo, ma solo un invito a restare vigili e consapevoli di quello che si ascolta (o si dice) nelle diverse occasioni. Poiché consideriamo il linguaggio il mezzo attraverso il quale si rendono espressi i pensieri, esso deve essere sempre corretto nel rispetto intimo di quanto si intende esprimere. L'ambiguità del linguaggio conduce (ed induce) inevitabilmente ad una ambiguità di pensiero e pone quei filtri interpretativi che allontanano dalla realtà fenomenologica introducendo un principio di soggettività nell'etica stessa. In questo si consuma il grande inganno dell'era moderna che ha affidato alla "comunicazione" mediatica il proprio messaggio senza valutare i limiti e le ambiguità di questa.
In questo contesto diviene forte l'esigenza di una rinata responsabilità nell’uso del linguaggio, resa possibile e necessaria dalla consapevolezza del peso logico delle parole, che è il dono della moderna analisi logica e il frutto della costruzione di quegli strumenti di precisione del pensiero puro che sono i linguaggi sintatticamente dominabili e semanticamente definiti detti “formali”.
Non bisogna aver paura degli strumenti umani che offre la logica, anzi occorre considerarli preziosissimi sistemi di controllo del pensare, vale a dire ausilio all’espressione trasparente e non ambigua dei pensieri senza alcuna esclusione se non quella dei non-pensieri ovvero quelle costruzioni verbali che sembrano avere senso teorico, perché sono grammaticalmente corrette, ma che non hanno condizione di verità poiché celano simultaneamente pensieri diversi a volte reciprocamente contraddittori. La responsabilità nell’uso del linguaggio è questione di etica: in questo senso è vero che la logica è l’etica del pensiero.
In questo contesto diviene forte l'esigenza di una rinata responsabilità nell’uso del linguaggio, resa possibile e necessaria dalla consapevolezza del peso logico delle parole, che è il dono della moderna analisi logica e il frutto della costruzione di quegli strumenti di precisione del pensiero puro che sono i linguaggi sintatticamente dominabili e semanticamente definiti detti “formali”.
Non bisogna aver paura degli strumenti umani che offre la logica, anzi occorre considerarli preziosissimi sistemi di controllo del pensare, vale a dire ausilio all’espressione trasparente e non ambigua dei pensieri senza alcuna esclusione se non quella dei non-pensieri ovvero quelle costruzioni verbali che sembrano avere senso teorico, perché sono grammaticalmente corrette, ma che non hanno condizione di verità poiché celano simultaneamente pensieri diversi a volte reciprocamente contraddittori. La responsabilità nell’uso del linguaggio è questione di etica: in questo senso è vero che la logica è l’etica del pensiero.
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